mercoledì 24 ottobre 2007

Amore e Libertà

Amore, libertà e rispetto sono sostantivi di cui troppo spesso si parla ma che raramente sono percepite con quella straordinaria forza che parole così grandi in realtà sottendono. Di amore parla chiunque: l'amore è ritenuto il motore dell'universo, il segno di più profonda fratellanza, l'origine stessa della vita.
Alcuni pensieri religiosi pongono l'uomo al vertice finale di un puro atto d'amore; altre del passato o del presente mettono invece in guardia l'uomo stesso dalle insidie dell'amore, incapace, l'uomo, di dominarlo senza diventarne succube appassionato.
L'amore, tuttavia, ha un limite invalicabile: quello di non poter essere "normalizzato" cioè reso lo stato normale di rapporto fra l'uomo e l'universo stesso. Amare implica il "decidere" di amare. Io non posso dire di amare una persona che vedo per un solo istante in tutta la mia vita. Gesù, Buddha, Allah o Shiva possono amare tutti i viventi dell'universo, ma io, essere umano, ho difficoltà ad utilizzare il termine "amore" per una ragazza che incrocio per un unica volta nella mia vita per strada.
In realtà, per noi esseri umani, l'amore ha un significato intenso ma preciso, che non può prescindere dall'instaurare una relazione sociale sensoriale con persone o cose. Instaurare una relazione sociale significa parlarsi, conoscersi, scambiare le proprie idee ed accrescersi così vicendevolmente. Amare il prossimo, che lo si voglia o no, presuppone conoscere il prossimo. Questa è la concezione di amore che millenni di storia hanno radicato nell'essere umano. Per millenni i pensieri religiosi hanno tentato di professare l'amore universale, senza riuscirvi (mio pensiero: riuscendo invece molto bene a fare praticamente l'opposto, classificando, discriminando, ''ghettizzando'', chiudendosi su se stesse a difesa dei propri interessi difesi anche con la spada). Questo perché sono spesso state le stesse confessioni religiose a subordinare l'amore all'appartenenza, creando così steccati e misconoscenze.
L'amore fra gli individui risulta spesso negato o sospeso anche fra chi si conosce. Persone che maturano disaccordi spesso cessano di amarsi rasentando sentimenti opposti, di discriminazione o disprezzo. Molte persone sospendono il loro amore per l'una o l'altra persona per motivi talvolta banali, per orgogli, per intolleranze, per permalosità o gelosie. E la prima cosa che fanno queste persone è sospendere il colloquio, chiudono i canali di comunicazione, smettono di fare l'unica cosa che dovrebbe stare alla base di un autentico amore universale: il dialogare.
Tra le più insidiose intolleranze vi sono quelle che ledono il secondo valore universale della vita: la libertà.
Essere liberi non significa considerare l'intero mondo come palestra dove esercitare il proprio ego, le proprie idee in barba alle idee altrui, la propria presuntuosità.
La vera libertà consiste nel sapere di poter esprimere i propri pensieri, di poter confidare i propri dubbi, di poter avere una propria opinione sull'universo e la vita stessa. Saper di poter "essere" indipendentemente da come altri intendono l'essere è vera libertà. Alcune confessioni religiose sostengono che un individuo può essere libero solo se congruo a quella particolare confessione. Evidentemente ciò è presuntuoso ma, più sottilmente, pone qualche dubbio sulla stessa concezione di libertà, che non può mai essere veicolo di giudizio o di discriminazione.Un individuo è libero se sente di essere libero. Stabilire se altri individui siano liberi significa privarli del diritto di "sentirsi" autonomamente liberi, il che equivale a privarli della più elementare libertà.
L'amore è una delle forme più sublimi di libertà. L'amore non è condizionabile e pertanto la libertà umana più elementare e inalienabile è quella di amare. Non possono esistere regole per amare e nemmeno amori sottoposti a privazione della libertà di instaurarsi. Se un uomo ama, ama e basta. Se non ama, non ama. Un amore vietato è un amore nascosto, mai eradicato. Non può esserci libertà più elementare se l'amore è sottoposto a vincoli o limitazioni.
La libertà è vera libertà se fondata sul principio fondamentale che ogni individuo merita rispetto per il fatto stesso di esistere. Anche le cose meritano rispetto. L'universo intero merita rispetto. Nelle antiche concezioni animistiche ogni materia animata o non animata godeva dello stesso rispetto perché depositario di una essenza trascendente. Anche ogni uomo, indipendentemente dal colore della pelle, dalle idee, dalle credenze religiose, dalla lingua o dal censo, ha l'inalienabile diritto universale, ma universale per davvero, di essere considerato con rispetto, rispetto della persona, delle idee ed opinioni.
Senza un convinto rispetto universale è impossibile stabilire principi di libertà e di amore. Il rispetto viene prima di tutto. Al rispetto deve far seguito una idea solida di libertà e di rispetto per la libertà altrui e poi, in questo terreno e solo in questo terreno, può estendersi l'amore.
Ecco perché nel titolo di questo articolo ho prima proposto l'ordine consueto con cui si citano i grandi valori universali: Amore, Libertà e Rispetto; poi ho messo un viceversa, proponendo di riflettere su come possa cambiare la prospettiva se il rispetto precedesse la libertà e l'amore.

- Si ringrazia Bruno Italiano.

martedì 23 ottobre 2007

Religioni...Unione dei Popoli.

La storia di Luigi, romano di 66 anni, malato terminale «Mi obbligano ad andare in Tunisia per convertirmi, come faccio?»

di MAGDI ALLAM

Luigi Del Marro, 66 anni, romano, è in fin di vita. Il suo ultimo desiderio, prima di morire, è sposare Sallouha Khalfallah, 56 anni, tunisina. Una storia d’amore che dura da tredici anni. Un sogno che si scontra con un ostacolo religioso apparentemente insormontabile. Perché secondo un’interpretazione del diritto islamico, la donna musulmana potrebbe sposare solo un musulmano. Se non lo è di nascita, lui lo dovrebbe diventare tramite conversione. Ebbene per assicurare il rispetto di questa norma, Sallouha è tenuta a richiedere un nulla osta dall’ambasciata tunisina a Roma, concesso solo dopo la conversione all’islam del futuro marito. Che la Tunisia impone debba avvenire sul proprio territorio. E senza questo nulla osta le autorità italiane non autorizzano Sallouha a contrarre un matrimonio civile. Il punto è che Luigi di conversione all’islam non ne vuol sentire parlare. E in ogni caso, anche qualora dovesse rassegnarsi all’atto formale della conversione pur di sposare Sallouha, non potrebbe partire per la Tunisia. Non avendone proprio la forza fisica. E’ un malato terminale affetto da tumore ai polmoni. Respira a mala pena. Ma ha mantenuto intatto il sarcasmo di un romanaccio schietto che si è fatto le ossa tra i banchi di frutta e verdura del mercato di Ponte Milvio.
Gli chiedo: «Se la conversione si potesse fare qui a Roma, tu accetteresti pur di sposare Sallouha?». Luigi mi fissa dritto negli occhi: «Io fare l’arabo? Il musulmano? No! No! Perché mi devono obbligare a fare una cosa che non mi sento? Per quale motivo?». Si rivolge a Sallouha con il sorriso sulle labbra: «Diventa tu cristiana! Ti porto in chiesa, ti faccio fare il battesimo e la comunione. E domani ci sposiamo». Poi prosegue seriamente: «Ma io non la voglio costringere. Lei c’ha la sua religione, se la tiene! Perché noi per la religione non abbiamo mai litigato. E’ quello il principio, hai capito? Tu vuoi pregà? E prega! Ti metti lì in mezzo il tappeto, Allah... come si chiama... e preghi! Per me è una questione di principio. Io sono cristiano, sono cresciuto da cristiano. Io mantengo la mia religione».
Luigi fa una pausa e poi sferra l’affondo finale: «E poi proprio adesso che mi è rimasto poco da vivere, che gli dico al Padreterno... che all’ultimo mi sono convertito... Mi dice aho, ma allora sei scemo! Beh!». Luigi scoppia a ridere. E’ incredibile come riesca a fare dell'umorismo pur nella consapevolezza di essere a un passo dalla morte.
Sallouha è invece disperata. Parla con le lacrime agli occhi e i nervi a fior di pelle. Prima si è recata al consolato tunisino implorando di accettare, date le gravissime condizioni di salute di Luigi, un certificato di conversione stilato dalla grande moschea di Roma. Ricevendo un no categorico. Incomprensibile e ingiustificato dal momento che altri Paesi musulmani riconoscono quelle conversioni. Poi è stata alla XX circoscrizione del Municipio di Roma, dove l’ufficiale di stato civile Ennio Palanti le ha rilasciato una dichiarazione in cui attesta il rifiuto delle pubblicazioni di matrimonio a causa dell’assenza del nulla osta del consolato tunisino. Quindi è andata in tribunale. Dopo giri e giri tra una decina di uffici, le hanno detto che ci vorrebbe almeno un timbro del consolato tunisino in calce a una dichiarazione in cui si rifiuta la conversione fatta in Italia. In tal modo il tribunale potrebbe dare la propria autorizzazione sulla base della preminenza del principio giuridico italiano di «ordine pubblico».
Ed è così che Sallouha venerdì scorso è tornata al consolato tunisino. Racconta in arabo la sua disavventura: «Sono stata aggredita, denigrata e minacciata. Il consigliere sociale mi ha detto: "Tu vorresti sposare un infedele! Perfino oggi che è venerdì, giornata di preghiera musulmana, ci vieni a parlare degli infedeli!". Mi hanno trattata come una poco di buono, una traditrice, una rinnegata, una pezzente. Io che da trent’anni vivo onestamente in Italia. E ho sempre lavorato sodo per mantenere me e mia figlia. Faccio le pulizie in due banche. Essere umiliata in questo modo! Proprio dai miei connazionali! Io che ho sempre difeso la reputazione e la dignità della Tunisia. Ho sempre amato il mio Paese. Mi sono prodigata per il bene della comunità tunisina. Mi sono sempre offerta per cucinare gratuitamente nella residenza dell’ambasciatore tunisino in occasione del ricevimento offerto per la festa nazionale del nostro Paese. Sono andata a lavare i corpi dei morti tunisini prima della loro sepoltura e l’ho fatto per il solo amore di Allah. Sono una persona pia e devota all’islam. E ora mi trattano come una donna insulsa! Non lo posso accettare! Mi hanno detto di aver fatto un rapporto contro di me. Mi hanno minacciata di denunciarmi in Tunisia. Che il caso potrebbe essere sollevato al presidente Ben Ali. Che appena rimetterò piede in Tunisia potrei essere arrestata».
Il paradosso è che la Tunisia viene considerato uno Stato laico. Poi scopriamo che gli apologeti e militanti della sharia, la legge islamica, sono ben saldi nell’ambasciata tunisina in Italia. Al punto da dispensare impunemente la pesante accusa di «infedele» agli italiani cristiani, trincerandosi dietro l’immunità diplomatica. Ancor più grave è che la sharia finisca per primeggiare nel nostro Paese. E’ evidente che si pongono dei seri interrogativi sia per la Tunisia sia per l’Italia. Perché è contrario alle nostre leggi e ai nostri valori che un cittadino italiano debba essere costretto a rinnegare la propria fede e a convertirsi all’islam per coronare un sogno d’amore.
Non si tratta solo della drammatica storia di Luigi e Sallouha. Di per sé sufficiente a scuotere le coscienze e a mobilitare l’opinione pubblica. Ma anche della libertà di coscienza degli italiani che non vogliono rinunciare alla propria fede solo per sposare una donna musulmana. Dell’arroganza e dell’arbitrio di leggi e di valori estranei alla nostra concezione della vita che tramite le ambasciate, le moschee e le associazioni islamiche si affermano e si radicano nel nostro territorio, condizionando le nostre menti, violando la nostra dignità umana. E’ inimmaginabile che nel 2004 due persone adulte che da anni si amano e convivono, non possano suggellare il loro sogno di matrimonio.
Ci sono dei precedenti che fanno ben sperare. Si tratta di decreti emessi dai tribunali di Torino nel 1992, di Barcellona e di Salerno nel 1996, che autorizzano il matrimonio tra italiani cristiani e straniere musulmane anche in assenza del certificato di conversione e del nulla osta delle ambasciate.
Ma, come spiega l’avvocato Paolo Liberati che ha assunto la difesa di Luigi e Sallouha, «premesso che il rifiuto di concedere il nulla osta è in contrasto con il principio dell’ordine pubblico del nostro ordinamento, ci sono dei tempi tecnici per avere la delibera del tribunale che autorizzi il matrimonio. Il ricorso è pronto. Realisticamente prevedo che ci vorrà almeno un mese e mezzo». Il 20 luglio prossimo Luigi compirà 67 anni. Riuscirà a festeggiarli? La sua vita è appesa a un filo. Il suo esile respiro potrebbe spezzarsi da un momento all'altro. Ha chiesto di lanciare un appello affinché si intervenga a tutti i livelli per esaudire il suo ultimo desiderio. Prima che sia troppo tardi: «So che sto per morire - è il testamento di Luigi - se non faccio in tempo a sposarla qui, la sposerò lassù».